Viaggiare fuori per viaggiare dentro

Un tramonto sul lago di Atitlàn

Wanderlust

Un viaggio esteriore può diventare una tappa fondamentale nel percorso di autoconoscenza. Quando ero adolescente, il mio cuore era animato da un sogno: viaggiare. Leggevo con avidità i libri di Isabel Allende, in particolare “La Città delle Bestie”, e mi immaginavo tra le terre sudamericane, l’Amazzonia, il Cile… All’università, ho scelto di studiare arte, musica e spettacolo, sperando di diventare documentarista. Sebbene quel sogno sia rimasto nel cassetto, la mia sete di scoperta non si è mai placata.

Il mio primo viaggio significativo fu in Guatemala, un’esperienza che si intrecciava con un periodo particolarmente delicato della mia vita. Le guide turistiche descrivono Santiago Atitlàn enfatizzando la bellezza del lago, la biodiversità e le rovine sommerse. Tuttavia, ciò che raramente viene menzionato è l’aspetto invisibile della città. Il territorio olfattivo è il primo indizio: legna, farina di mais cotta nella calce, candele, sentore di trementina che arde nei forni a legno di pino. La cultura del popolo inizia lì, nel mondo degli odori, un odore unico, anche se a volte si nasconde sotto lo strato di detersivo.

Santiago Atitlàn

Negli anni ‘80, durante il conflitto armato, Santiago era un paradiso di capanne e alberi. La “ricostruzione” sostituì le abitazioni tradizionali con case di cemento e mattoni, spesso incompiute per evitare le tasse. Con l’emigrazione e le rimesse, case, strade e veicoli sono aumentati insieme allo smog in modo caotico. Santiago ha sofferto molto, ma ha dato una spinta potente al “rinascimento indigeno”. Nel 1990, dopo l’ennesimo omicidio ingiustificato, la popolazione organizzò una manifestazione pacifica chiedendo la restituzione dei corpi dei propri cari. L’esercito aprì il fuoco sulla folla disarmata, uccidendo quattordici persone. Questo evento radunò a Santiago più di sessantamila persone dalle comunità indigene del Guatemala, portando al disarmo dello stanziamento militare e all’uscita anticipata dal conflitto.

Il vero tesoro, però, erano le persone. Questo viaggio non cambiò la mia esistenza per le storie di addestramento sciamanico, che ho raccontato spesso, ma per l’atto stesso di viaggiare: perdersi e ritrovarsi, incontrare l’Altro con la A maiuscola.

A Santiago Atitlàn, le persone anziane vivevano e morivano senza mai aver imparato lo spagnolo, proprio come mia nonna che non parlava italiano. Vivere tra loro, in quella povertà assoluta, mi fece riflettere sulla mia “povertà relativa” in Italia. Ogni sera, chiuso nella mia stanza, piangevo senza capire bene il motivo. Era un pianto liberatorio, una sorta di guarigione interiore.

Il dio Maya noto come Maximòn

Viaggiare fuori per viaggiare dentro

Viaggiare, se fatto in un certo modo, diventa un vero e proprio percorso sciamanico nell’interiorità. Nulla contro i villaggi vacanze, ma il mio stile è diverso: preferisco l’avventura che mi mette alla prova, che mi spinge a confrontarmi con nuove realtà e a esplorare le profondità dell’anima.

Il viaggio, per me, ha una profonda importanza filosofica. È un’esperienza di trasformazione che va oltre la semplice scoperta di nuovi luoghi. È un incontro con sé stessi attraverso l’incontro con l’Altro. È imparare a guardare il mondo con occhi nuovi, ad abbracciare la diversità e a riconoscere l’umanità che ci accomuna tutti.

Durante il mio tempo tra i Maya del Guatemala, ho imparato che ogni viaggio ha il potere di curare. È un cammino di crescita e consapevolezza, una possibilità di rinascita. È per questo che continuo a viaggiare, a esplorare, a incontrare l’Altro. Perché, in fondo, viaggiare significa vivere.

 

Se vuoi esplorare il Guatemala insieme a me e vivere le emozioni che soltanto questo Paese ha da offrire, visita la pagina Prossimi viaggi.

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