L’etnobotanica è lo studio del rapporto tra gli esseri umani e il mondo vegetale. Quali piante vengono usate? Da chi? In che modo e con quale significato? Il suo campo d’indagine va oltre l’identificazione botanica e abbraccia le conoscenze, le pratiche e le visioni del mondo che ogni cultura ha costruito intorno alle piante.
In questo senso, l’etnobotanica è anche lo studio che si fa dell’erboristeria tradizionale. Dove un erborista o una curandera usano una pianta per curare o per accompagnare un rito, l’etnobotanico osserva, documenta e cerca di comprendere quel sapere.
Tra i Maya, per esempio, ogni specie ha un carattere, un modo corretto di essere raccolta e preparata, ed è inserita in una cosmovisione dove la salute del corpo, della comunità e della terra sono inseparabili. Lo stesso vale per molte altre tradizioni, dalle Ande all’Asia, fino alle pratiche vernacolari della nostra penisola.
Per me l’etnobotanica è anche uno strumento di lavoro. Come esperto universitario in antropologia e praticante della medicina tradizionale messicana la uso nelle consulenze erboristiche, che si concludono con il rituale della limpia offerto in dono a termine sessione, e la porto nelle formazioni e nelle passeggiate, dove si impara a riconoscere le piante e a incontrarle nel loro habitat.
La considero soprattutto una via per riconnetterci a Gaia, intesa come nell’ipotesi di James Lovelock: la Terra come sistema vivente, in cui ogni organismo contribuisce all’equilibrio del tutto. Conoscere una pianta, il suo nome, il suo uso e la storia che le persone le hanno intrecciato intorno, significa rimettersi al posto che ci spetta dentro quella rete. La cura comincia da lì, dall’ascolto.
