Questo testo fa parte di una serie di appunti dal campo di un tour leader che lavora nel turismo comunitario. A modo loro sono racconti di viaggio, ma anche riflessioni su ciò che il viaggio produce nei luoghi, nelle persone e in chi accompagna.
Ho appena concluso un viaggio in Vietnam co-accompagnando Chiara Grasso, etologa, giornalista scientifica e guida naturalistica. Il percorso ha attraversato, quasi in egual misura, i paesaggi naturali della foresta primaria, le piantumazioni di mangrovie del parco nazionale di Xuan Thuy e il complesso paesaggio religioso del paese.
Lo stereotipo legge spesso il Vietnam con le lenti della guerra (francese o americana), riducendolo a ex colonia ora comunista, oppure a “terra dei ritmi lenti” (ci mancherebbe: con questo caldo, il ritmo veloce sarebbe da cardiopalma!) e del buddhismo. In realtà qui esiste un potentissimo sincretismo tra buddhismo, taoismo, culto degli antenati e animismo. Di fronte alle case comunitarie, alle pagode e ai templi, dove le immagini dei buddha e dei bodhisattva stanno accanto a quelle delle antiche Madri, ho avuto la sensazione di trovarmi in un campo religioso in cui lo spirito non è settorializzato, ma è un gradiente.
Adesso sono in un vortice: ho poche ore per rifare la valigia e ripartire. Ieri ero ad Hanoi, domani sarò a Città del Messico, tra due settimane in Perù. Ciò che unisce questi viaggi è l’intento: accompagnare viaggiatori curiosi in cammini che ci permettano di vedere la Terra non come un triste ammasso di atomi sparato in un cosmo vuoto e indifferente, ma come un bellissimo ganglio all’interno del sistema nervoso del cosmo, di cui anche noi siamo parte.
Natura e spirito: un matrimonio non scontato
Il gruppo di Chiara fa riferimento soprattutto alla sua community, interessata a naturalismo, etologia, conservazione e stili di vita green. Tutti elementi che si abbinano bene con una visione spirituale della vita, ma il matrimonio non è scontato. Si può essere vegani e non credere nell’anima, avere un orizzonte solarpunk e non meditare.
L’antropologo Bron Taylor offre una cartografia utile per orientarsi in quella intersezione. Parla di green religions quando ci riferiamo a spiritualità che contemplano spiriti e divinità, e in cui il comportamento pro-ambientale è considerato un comportamento spirituale, dettato dall’etica religiosa. Le dark green religions, invece, considerano la natura sacra in sé e non hanno bisogno di un’entità soprannaturale che garantisca il comportamento ecologico. Per Taylor, chi abbraccia gli alberi per sentire la presenza della dea e chi lo fa rifiutandosi di chiamare “spiritualità” quell’esperienza, pur dando un profondo valore al gesto, appartengono alla stessa famiglia religiosa.
Taylor ha mappato questo universo lungo due assi. Qui ci interessa il primo, ossia spiritualismo contro naturalismo. Gary Snyder può rappresentare l’animismo spirituale, Jane Goodall quello naturalista, che non ha bisogno di postulare una metafisica. Le due posizioni non si escludono e possono coesistere.
All’inizio, per me, è stata una sfida costruire un ponte tra una visione secolarizzata, le culture tradizionali e la “nuova” ecospiritualità che si va diffondendo in Occidente. Volevo che i viaggiatori potessero immedesimarsi in ciò che provano i locali quando meditano davanti all’immagine del Buddha o ricevono gli insegnamenti di una Madre canalizzata da un medium in trance. In mio aiuto è arrivata l’ipotesi Gaia, formulata dal chimico James Lovelock e sviluppata con la microbiologa Lynn Margulis: la Terra non è un semplice contenitore inerte della vita, ma un sistema in cui organismi e ambiente si regolano a vicenda, mantenendo condizioni favorevoli alla vita stessa. Se il pianeta si comporta come un grande organismo, venerarlo come Madre diventa meno distante di quanto sembri.
Il nostro itinerario è stato lungo e non parlerò di ogni tappa. Alcuni luoghi erano decisamente turistici, ma evitarli sarebbe stato come andare a Roma e saltare il Colosseo. Penso a Tam Coc e al paesaggio di Trang An. Sono destinazioni famosissime, ma dove ho comunque apprezzato l’interazione tra esseri umani e natura. Nonostante il turismo massiccio, l’ambiente è custodito con cura. E, fortuna delle fortune, mentre molti viaggiatori lamentano la pioggia, noi l’abbiamo goduto sotto una luce e una temperatura gentili.
La foresta primaria di Cuc Phuong e la protezione di tutto ciò che vive
Dopo l’atterraggio e un rapido giro nella caotica Hanoi, l’itinerario si è addentrato nella foresta primaria di Cuc Phuong, il parco nazionale più antico del paese, istituito nel 1962. Camminando tra alberi secolari abbiamo visitato i centri dedicati alla salvaguardia delle specie a rischio: quello per i primati, la struttura per le tartarughe e l’area per i piccoli carnivori come pangolini e zibetti, animali drammaticamente minacciati dal bracconaggio, dal commercio illegale e dalla medicina tradizionale.
Per qualche giorno abbiamo lavorato come volontari. Ci siamo dedicati alla pulizia delle gabbie, alla preparazione degli arricchimenti ambientali, abbiamo preso consapevolezza della situazione di molti animali maltrattati, soprattutto per il turismo o per la medicina tradizionale. È il caso degli zibetti, nutriti quasi solo a caffè: il chicco non viene digerito, viene espulso con le feci e venduto come prodotto pregiato, che i locali stessi non consumano. O degli orsi, allevati in condizioni orribili e perforati per estrarne la bile, ritenuta utile contro i disturbi delle articolazioni e del fegato.
Nelle vicinanze del parco Cuc Phuong abbiamo varcato i cancelli del santuario di Four Paws, per conoscere da vicino la questione degli orsi. Four Paws è un’organizzazione internazionale per il benessere animale fondata a Vienna nel 1988 da Heli Dungler e alcuni amici. Il Bear Sanctuary di Ninh Binh è operativo dal 2017 e è stato inaugurato ufficialmente il 7 marzo 2019. Ospita orsi neri asiatici sottratti alle fattorie della bile e, a pieno regime, potrà accoglierne fino a 100. È anche un centro di educazione alla conservazione: lungo il percorso, alcuni pannelli spiegano ai visitatori come abbassare la propria impronta ambientale e vivere in maggiore armonia con l’ecosistema. Ecco cosa dicono:
12 modi per essere un viaggiatore responsabile e amico degli animali
Moda cruelty-free: rifiuta capi in vera pelliccia.
Acquisti tessili consapevoli: riduci i materiali di origine animale e scegli prodotti con alti standard di benessere (senza mulesing né spiumatura di animali vivi).
Consapevolezza a tavola: a casa e in viaggio, consuma meno prodotti animali e orientati verso un’alimentazione vegetale.
Turismo faunistico etico: evita luoghi, attrazioni e spettacoli che usano animali selvatici per intrattenimento.
No al commercio di parti di animali selvatici: non acquistare bile d’orso o souvenir ricavati da fauna protetta.
Sostieni la sterilizzazione: appoggia i programmi locali di controllo e cura degli animali domestici.
Basta interazioni forzate: non pagare per accarezzare o fotografare da vicino animali selvatici in cattività.
Attenzione al trasporto: sostieni le iniziative per ridurre i lunghi trasferimenti del bestiame.
Rifiuta la carne di cane e gatto: sostieni le campagne locali per la sicurezza delle comunità e la tutela di questi animali.
Adotta, non comprare: gli allevamenti intensivi o sconsiderati causano gravi sofferenze agli animali.
Pianifica anche per i nostri amici a quattro zampe: includi gli animali domestici nei piani di emergenza.
Sostieni i programmi di soccorso: considera di donare per il salvataggio di animali colpiti da calamità o conflitti.
Per noi, questi gesti di volontariato e vicinanza etica (nessun contatto fisico, nessuna interazione innaturale) sono stati un momento per fare esperienza della connessione con Gaia, un’offerta allo spirito della vita. A proposito: se volete sostenere Four Paws con una donazione, l‘indirizzo è questo.
Estasi e neuroscienze alla pagoda Co Le
Alla pagoda Co Le ci ha accolti una struttura monumentale sorretta da una tartaruga, motivo mitologico molto sentito in Vietnam. L’avevamo già incontrato ad Hanoi, al lago della Spada Restituita (Hoan Kiem), al centro di conservazione delle tartarughe di Cuc Phuong e persino nel tradizionale spettacolo di marionette acquatiche.
Il mito racconta che, all’inizio del Quattrocento, il futuro imperatore Le Loi ricevette dal Re Drago una spada magica per scacciare gli invasori cinesi della dinastia Ming. Vinta la guerra, mentre navigava sul lago di Hanoi, una grande tartaruga dorata emerse e si riprese la spada per restituirla al suo legittimo custode, il Re Drago. Da qui il nome del lago. Sull’isola nella capitale sono presenti due tartarughe giganti imbalsamate endemiche di questa zona. Entrambe morte per cause naturali e venerate nel tempio che le accoglie.
Nel tempio buddhista di Co Le l’architettura guida lo sguardo verso l’alto attraverso tre statue di Buddha di altezza crescente, pensate per favorire l’elevazione spirituale. Qui il buddhismo incontra lo sciamanesimo asiatico. In Vietnam si ritiene che alcune persone pie possano pregare con tale fervore da essere possedute dai bodhisattva. Nei momenti di estasi, gli spiriti (o figure archetipiche del nostro subconscio) si manifestano in canti, danze armoniose e insegnamenti.
“Al nord, sulle montagne”, mi ha detto la guida, “queste persone possono diventare anche sciamani e imparare l’arte di curare con le erbe.”
Ci siamo fermati ad ascoltare i canti ritmici delle donne in preghiera, la cui cadenza evoca la recita del rosario. La scena mi richiama alla memoria le ricerche di Andrew Newberg e Eugene d’Aquili, pionieri della cosiddetta neuroteologia. Con la neuroimmagine hanno osservato il cervello di monaci buddhisti tibetani in meditazione e di suore francescane in preghiera, riscontrando una ridotta attività nelle aree parietali che ci aiutano a orientarci nello spazio e a distinguere il sé dal resto del mondo. Per loro, questo spiega la sensazione di dissoluzione dei confini e di unità tipica delle esperienze mistiche. Un altro punto di contatto tra spiritualità e scienza.
Incontrare la Madre dei Tre Regni
Il culmine del viaggio è l’arrivo al tempio di Phu Day. All’ingresso colpiscono le imponenti statue colorate, di bambù e carta, delle Quattro Madri Immortali. Qui si comprende la sostanza della religione indigena vietnamita, il Dao Mau: la venerazione delle dee che governano il cielo, l’acqua, le montagne e le foreste.
Nella parte più interna del tempio scorgiamo una donna vestita da monaca che guida un rito solenne davanti al simulacro della Dea Madre, lanciando a ritmo due monete orientali in un piattino di ceramica. Gli addetti ci accolgono con straordinaria cordialità, ci offrono tazze di tè al gelsomino profumato e ci concedono il grande onore di aprire la sala riservata alle feste principali. Lì ci insegnano il rito di divinazione dedicato alla Grande Madre. La preghiera precede il lancio delle due monete: la risposta è favorevole se si ottiene il perfetto equilibrio tra una faccia Yin e una Yang; due facce identiche indicano un responso negativo, dovuto all’eccesso di una sola polarità.
Piccola nota interessante: le monete utilizzate sono le stesse dell’Iching, con una antica foggia cinese. Sono rotonde, e il cerchio rappresenta il cielo e l’infinito, con un buco quadrato nel centro, che raffigura la terra.
Quando arriva il mio turno, pronuncio la mia intenzione interiormente e lancio le monete nel piattino. Ottengo la perfetta armonia delle due facce opposte. Ma non vi dico cosa ho desiderato…
Il culto che vediamo oggi ha una storia tutt’altro che lineare. Dopo il 1954, nel Nord socialista, le Madri furono vietate come “superstizione” e “residuo del feudalesimo”. I medium continuarono a operare in segreto, mentre alcuni santuari vennero espropriati e trasformati in uffici pubblici. Il Bac Le, a Lang Son, dedicato alla Principessa della Foresta, divenne sede del Comitato del Popolo e poi una scuola. Il culto è tornato con il Doi Moi, le riforme avviate nel 1986. Dagli anni Novanta è stato rivalutato come “bella tradizione”, e il festival di Phu Day è stato ripristinato ufficialmente nel 1995, anche se il dibattito sulla “superstizione” non si è mai davvero chiuso.
Al cuore del culto c’è lo hau dong, il rito di possessione, accompagnato dal canto cerimoniale chau van. Il medium cambia costume per ogni dea o signore da cui viene posseduto, in un susseguirsi di colori, danze e musica. Oggi è anche considerato una forma di spettacolo tutelata dall’UNESCO, e forse è proprio questa ambivalenza, sacro e scena insieme, a rendere il rito così vivo.
Conclusioni
Viaggiare così, intrecciando natura e cultura, è un privilegio che non smette di sorprendermi. Dalle gabbie ripulite a Cuc Phuong al lancio delle monete davanti alla Madre, ho avuto la sensazione che ciò che chiamiamo “ambiente” e ciò che chiamiamo “sacro” siano parole diverse per la stessa cura.
Ma c’è un’altra cosa, forse la più importante. Tutto questo include le relazioni tra esseri umani. Ogni viaggio è fatto delle persone che vi partecipano, e noi siamo stati fortunati a trovare compagni capaci di dialogare alla pari, di piangere davanti a un orso in gabbia, di ritrovarsi nella gioia di essere umani.

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